Italiano    English   

PhD Top Stories

Davide Belgradi

Inherent Vice di Thomas Pynchon: sorveglianza, diritti civili e la fine degli anni ’60 a Los Angeles.

Corso di Dottorato in Studi Linguistici e Letterari, Università di Trieste e Università di Udine, Sede amministrativa Dipartimento di Lingue e Letterature, Comunicazione, Formazione e Società (DILL) - Via Mantica, 3 - UDINE

Nel senso comune, il ‘voyeurismo’ è la pratica di osservazione di un ‘voyeur’, cioè colui che spia, non visto, una o più persone nude o sorprese durante un atto sessuale, al fine di raggiungere un godimento. Il voyeur, insomma, è affetto da una perversione di tipo sessuale, e l’osservazione mira all’ottenimento del piacere. Ma se non fosse tutto qui e ci fosse di più di un gesto perverso? E se la letteratura permettesse di ragionare su altri tipi di voyeurismi? Ridefinire il concetto di voyeurismo è possibile e la ridefinizione fa emergere significazioni profonde e all’apparenza invisibili. Per farlo, però, è necessario mettere in dubbio alcuni assunti. Dietro allo sguardo c’è sempre qualcuno che guarda? Secondo il senso comune e la categorizzazione clinica, il voyeurismo si fonda su una necessaria presenza di un osservatore e di un osservato. Però, come dimostra Bentham nel Panopticon (1979), poi ripreso anche da Foucault in Sorvegliare e punire (1975), per uno sguardo voyeuristico il voyeur non è indispensabile: è sufficiente che l’osservatore agisca presupponendo la sua presenza. Se stiamo parlando in un meeting su Teams, e il nostro interlocutore spegne la telecamera e disattiva l’audio, non possiamo essere certi che sia ancora dall’altra parte dello schermo: tuttavia, basta la probabilità della sua presenza a limitare la nostra libertà, obbligandoci a continuare a parlare e ad agire come se lui ci fosse.

Lo sguardo voyeuristico è sempre eroticizzato? Il vedere non visti e il vedersi visti non hanno sempre a che fare con la sessualità. Se lo sguardo impone sull’osservato una struttura di potere, il prestare attenzione a queste significazioni consente di mettere in luce dinamiche molto più profonde. Secondo Sartre ne L’essere e il nulla (1943), ad esempio, è proprio quando un soggetto si ‘sente’ visto da un osservatore, che prende coscienza dell’esistenza dell’Altro, e questa scoperta cambia per sempre l’idea stessa di soggettività con cui ha convissuto fino a quel momento. L’impatto che lo sguardo voyeuristico ha su un soggetto che si sente, vede o percepisce visto, è notevole, e per Sartre i due principali sentimenti che si scatenano sono la paura e la vergogna. Ma di cosa prova vergogna, esattamente, chi subisce uno sguardo voyeuristico? Italo Calvino, nel racconto Gli anni luce de Le cosmicomiche (1965), ci presenta un personaggio-voyeur che, durante uno dei suoi scrutamenti, scorge in una galassia a milioni d’anni luce un cartello che reca la scritta: «TI HO VISTO». Il testo, nel suo sviluppo, ci suggerisce che uno sguardo voyeuristico può scatenare un senso di vergogna perché, riprendendo proprio la posizione di Sartre, nel momento in cui l’Altro ci vede e fruisce della nostra immagine esteriore, ci condanna a venire a patti con l’idea di noi che si sarà fatto vedendoci. Non proveremo nessuna vergogna a guardare attraverso il buco di una serratura la scena che si svolge dall’altro lato della porta, ma ci vergogneremo nel percepire che, nel frattempo, dietro di noi c’è qualcuno che ci osserva. In altre parole, proprio come accade al protagonista calviniano, quello sguardo voyeuristico condannerà a non poter più esistere come un semplice ‘per-sé’, ma a dover prendere coscienza del proprio ‘essere-per-altri’.

Anche in un altro racconto, L’avventura di una bagnante incluso ne Gli amori difficili (1970), Calvino svolge un ragionamento intorno allo sguardo voyeuristico e alla vergogna. In questo caso, però, a innescare il sentimento è la consapevolezza, da parte della protagonista femminile, che durante un bagno al mare si accorge di aver perso il costume, della propria to-be-looked-at-ness (l’espressione è di Laura Mulvey). In particolare, il racconto mostra come la donna possa interiorizzare la struttura di uno sguardo voyeuristico, sentendosi vista nella sua nudità quando nessuno, a parte lei stessa, può essere a conoscenza della sua condizione. Questo accade perché, riprendendo le parole di John Berger (Ways of seeing, 1972): «Men look at women. Women watch themselves being looked at». La sorvegliante interiore che fa sentire ‘vista’ la protagonista, insomma, replica su di lei uno sguardo ricalcato su una struttura di potere patriarcale. Questo studio, così come il progetto di tesi a cui è legato, mira a individuare alcune specifiche declinazioni di voyeurismo nella convinzione che la letteratura possa offrire i mezzi per ripensare lo sguardo e disinnescarne, in alcuni casi, l’intima violenza.

Autori ed affiliazioni

Davide Belgradi1
1Dottorato in Studi Linguistici e Letterari, Università di Trieste e Università di Udine, Sede amministrativa Dipartimento di Lingue e Letterature, Comunicazione, Formazione e Società (DILL) - Via Mantica, 3 - UDINE

Contatto

Davide Belgradi, email: belgradi.davide@spes.uniud.it

Riferimento bibliografico

Davide Belgradi
“«TI HO VISTO»: la vergogna di vedersi visti a partire da due racconti di Italo Calvino”
Comparatismi #8 - (2023 – Forthcoming)


Informazioni aggiornate al: 21.7.2023 alle ore 12:20